Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì.

La vetrina era opaca, attraversata da crepe sottili come rughe su un volto antico.

L’insegna, scolorita dal sole, lasciava intuire appena le lettere di un nome ormai quasi cancellato.

Luca ci passava davanti ogni mattina senza farci caso.

Era una di quelle presenze che diventano invisibili proprio perché sempre uguali.

Poi, un pomeriggio di pioggia, si fermò.

Non sapeva dire perché. Forse per ripararsi. Forse per curiosità.

O forse perché quel giorno si sentiva anche lui un po’ dimenticato.

Spinse la porta.

Il campanello sopra l’ingresso non suonò.

L’aria dentro era densa di carta, legno e tempo.

Gli scaffali si arrampicavano fino al soffitto, piegati sotto il peso di centinaia di storie.

Non c’era nessuno.

O almeno così sembrava.

Camminò lentamente tra i corridoi stretti, sfiorando i dorsi dei libri con la punta delle dita.

Alcuni erano consumati, altri intatti.

Tutti in attesa.

Poi ne vide uno.

Non aveva titolo sul dorso.

Era infilato tra due volumi più grandi, come se cercasse di nascondersi.

Lo prese.

La copertina era semplice, color avorio.

Lo aprì.

La prima pagina era bianca.

La seconda anche.

Continuò a sfogliare, sempre più confuso, finché arrivò a metà libro.

Lì, finalmente, trovò una frase.

“Se stai leggendo, questa storia è tua.”

Si fermò.

Il cuore gli batté più forte, non per paura, ma per una strana sensazione di riconoscimento.

Come se qualcuno, da qualche parte, avesse previsto proprio quel momento.

Si sedette su uno sgabello vicino alla finestra impolverata.

Restò lì a lungo, con il libro aperto sulle ginocchia.

Le pagine dopo quella frase erano ancora vuote.

Ma non sembravano più vuote.

Sembravano possibilità.

Quando uscì dalla libreria, la pioggia era cessata.

La vetrina, da fuori, appariva più luminosa.

Il giorno dopo tornò.

E questa volta portò con sé una penna.